Si impara a riconoscere i paesi con i simboli e con i santi. Accade anche per #Pagani, teatro di questa storia iniziata più di sessanta anni fa. La città del salernitano ha cambiato volto con lo stravolgimento urbanistico degli anni ‘80 ma difende i segni di una identità ostinata. Il primo è nel centro antico. Il reticolo di vicoli di Casa Marrazzo non conosce che strettoie. Su una di queste si affaccia il santuario della Madonna delle Galline, la vergine dal nome profano venerata da tutti. Per arrivarci tocca passare da via Malet. “La strada porta il nome del fratello di papà, il più giovane”, ricorda suo nipote Bruno. “Era fidanzato con una ragazza che fu beccata al tallone da un gallo”. La donna morì per una infezione di tetano: “Dalla collera zio decise di partire volontario per la Russia”. Non tornò più. La città gli rese onore dedicandogli una delle strade che baciano il corso principale. È lì che nel 1961 Bruno Malet apre la sua bottega di ottica dopo la gavetta nell’oreficeria napoletana.
Dal suo esercizio commerciale ha osservato la storia del paese facendone parte: “Guaglio’, dai negozi si vede tutto”, dice. Più di ottanta anni ma la lucidità è invidiabile quanto lo stile. È un uomo semplice ed elegante. Quando parla è difficile fermarlo, ha troppe cose da raccontare. A lungo è stato l’unico aggiustatore di vista del paese. Ci andavano tutti, i popolani dei cortili e i signori dei palazzi. Nell’epoca in cui l’Italia riemergeva dal dopoguerra decise di proiettarsi nel futuro e chiamò il negozio “Malet – Ottica Moderna”. Ha così prestato il suo sapere artigianale a migliaia di sguardi puntati sulle epoche dell’ultima metà del ‘900. La democratizzazione dello studio con la scuola e le università di massa, il boom economico, la contestazione studentesca, gli anni di piombo, il terremoto.
Quei terribili novanta secondi del 23 novembre 1980 furono traumatici. Il negozio non aveva subito danni ma l’emergenza imponeva di essere prudenti. “Chiusi la serranda per circa tre mesi. C’era la paura di nuove scosse”. Pochi giorni dopo, l’11 dicembre, fu ucciso il sindaco anticamorra di Pagani #MarcelloTorre. Indossava occhiali venduti da Bruno, ottico di fiducia di tanti primi cittadini. La montatura è inconfondibile, arrotondata ma importante proprio come si usava nei ’70. Ne conserva ancora un modello, maneggiato con cura mentre continua la sua testimonianza come un museo parlante.



Ricostruisce con dovizia di particolari episodi e aneddoti. Come quando racconta di un amico che gli aveva riferito delle lamentele di un tale sui prezzi della sua merce. Bruno controllò il registro dei debitori: “Hai capito perché si lamentava?” – e se la ride – “Mi doveva ancora pagare degli occhiali”. La memoria si concentra sul fermento commerciale del passato, sulla Pagani costellata da botteghe di artigiani e venditori, cuore economico degli scambi dell’agro nocerino-sarnese. Poi c’erano le industrie, la lavorazione dei pomodori, il mercato ortofrutticolo e quello delle “pezze”. Un tessuto di piccole e medie imprese ormai decadente, minacciato dal travolgente avanzamento dei grossi aggregati aziendali, da internet e delle multinazionali.
Un tempo invece il rapporto con la clientela poggiava sulla fiducia personale. Bastava una frase per conquistare l’interlocutore. “Non chiamatemi dottore, io sono Bruno”. Sembra di rivivere la scena mentre mi parla accomodato su una poltroncina nel negozio di suo nipote Antonio. “L’ottica riesce a sopravvivere perché è un settore particolare – continua – Al cliente serve un sapere artigianale, servono le competenze. Ma il commercio sta diventando un mestiere difficile e poco conveniente”. Antonio lo ascolta annuendo. Nel 2011 ha deciso di proseguire con l’attività del nonno inaugurando un nuovo negozio a Pagani. Della vecchia bottega ha conservato il nome e lo spirito artigiano. Lo stesso che consentì a Bruno di diventare fornitore di lenti dei padri redentoristi, l’ordine sacerdotale fondato da Sant’Alfonso.
Bruno aveva libero accesso al convento e alla Basilica. Lo ebbe anche nel giorno della visita di Giovanni Paolo II a Pagani. Era il 1990 e la città usciva dagli anni del dopoterremoto senza aver fatto fino in fondo i conti con un passato difficile. Wojtyla parlò a una folla sterminata, con Bruno in piazza ad ascoltare. In mezzo ad altre migliaia di fedeli poteva però distinguersi: era l’unico ad averlo conosciuto di persona qualche istante prima, quando era entrato in chiesa per sbrigare delle faccende con i preti. Ancora oggi si stupisce: “Me lo trovai in ascensore. Tu capisci?!”. Il faccia a faccia col papa è un fotogramma indelebile dei ricordi di una vita trascorsa tra lenti, montature e preziosi. Le fotografie della vecchia bottega mostrano scaffali ordinati e ricolmi di merce, il bancone piccolo, un registratore di cassa, le reclame dei marchi più alla moda.
È stato almeno per un decennio l’unico ottico di Pagani e uno dei pochi del comprensorio. I concorrenti arrivarono negli anni ’70. Con loro il rapporto era buono, anche perché la gente continuava a servirsi nel suo negozio, una sorta di fortino contente i prodotti migliori per ogni stagione. Bruno lo ripete allora per tre volte: “La qualità non è una fantasia”. La cultura artigiana, del resto, non lo ha mai abbandonato nonostante la capacità di innovarsi nel corso del tempo. E infatti con i lavori di precisione manuale ha un ottimo rapporto, anche oltre il mondo delle lenti. Lo testimoniano le amicizie con diversi artisti. A Napoli ne conobbe di importanti, come i fratelli De Luca, realizzatori della scultura che riproduce la figura del santo patrono nella piazza principale di Pagani: “A casa tengo i prototipi, le bozze tecniche, i disegni della statua di Sant’Alfonso”. Mostra orgogliosamente i riconoscimenti ottenuti nella sua vita e spiega come un maestro di scuola i meccanismi di produzione di occhiali, monete, gioielli.
Si resterebbe ad ascoltarlo ancora se non fosse una domenica mattina in Campania, con il rituale del pranzo che impone di ritirarsi in famiglia. Bruno allora mi saluta, sembra contento e alleggerito dalla chiacchierata liberatoria di ricordi. Forse è felice di aver lasciato ancora una volta un segno. Si ritorna quindi ai simboli e ai santi. Perché il racconto di quest’uomo intreccia la storia di una comunità, contribuisce alla sua definizione identitaria, ne offre un punto di vista particolare. Anche in questo caso la prospettiva è mediata da un vetro. Ma stavolta non si parla di occhiali. È la vetrina del suo negozio ad aver funzionato da lente. Guardando attraverso essa Bruno è stato in grado di riempire di storia la storia. Proprio lì, al centro del paese, tra il Santuario e la Basilica, tra il dopoguerra e gli anni 2000.






