«Dimmi cosa contiene», chiede Bruno, mostrando una valigia di pelle dall’aria antica. Mi guarda con una linea sul volto, senza parlare. Penso alle lenti, lui è l’uomo degli occhiali e io immagino un campionario di pezzi da collezione, oppure l’armamentario tecnico per il lavoro artigiano. Sorrido, lui di più, fin quando solleva la borsa sul tavolo di vetro e la apre con cura. Dentro c’è una macchina fotografica di fabbricazione anni sessanta: appare come un congegno componibile costituito di pezzi meccanici e incastri, uno nell’altro, con meccanismi in grado di catturare una immagine, parte finale di una lunga e minuziosa preparazione. Bruno è nato col suo lavoro osservando gli incastratori di preziosi, concentrati a disegnare minuscoli abbracci di materiali, misurando pietre e fusioni, miniaturisti in grado di costruire le aggiustature che tengono insieme gli oggetti dell’arte orafa, orologiai che accordano il movimento degli ingranaggi.
«Ho imparato guardando, a Napoli, in via dei gioiellieri, messo lì di fianco al tavolino da lavoro», racconta Bruno, «nella bottega di mio nonno c’era un pannello sistemato con gli orologi, lui ogni mattina li regolava col suo, uno per uno, con un lavoro preciso e maniacale, per cominciare».
Nella valigia dischiusa non c’è solo la perfetta composizione della macchina fotografica, modello Linhof Technika: idealmente la custodia contiene la storia di un viaggio, lungo l’Italia e l’Europa, tra fornitori di preziosi, mercanti ed esperti, fonderie e poligrafici, la zecca di stato, luoghi e persone come pezzi tenuti insieme dall’antica arte della contrattazione e della bottega, rubando mestieri ad uno scranno e conversando, in un gioco teatrale di rilanci e fughe, di complicità e regole, dove l’esperienza e la perizia sono la differenza.
«Si faceva tutto sulla parola», spiega Bruno, «C’era l’offerta, la trattativa e infine, se arrivava, l’accordo». I tempi si scandivano con i faccia a faccia, e la merce veniva passata di mano durante incontri che lasciavano ricordi talvolta memorabili. «Un rivenditore che trattava preziosi dal Belgio voleva che acquistassi un orologio, e fece il suo prezzo. Lo portava sul polso e voleva toglierlo per darmelo. Prendilo, mi diceva, e io no. Prendilo, insisteva, e io rifiutavo. Fin quando siamo arrivati al momento giusto e ho chiesto la cifra in contanti ad un mio amico, presente all’esterno del negozio. Ho preso i soldi dalla tasca, ho fatto la mia offerta, e lui ha accettato. Alla metà del prezzo iniziale: l’amico che mi aveva dato i soldi diceva ‘sei impazzito’, dubitava del valore dell’orologio, ‘ma sei sicuro’. Io sorridevo, lo avevo acquistato da una persona affidabile, conoscevo le pietre e la fattura dell’oggetto, lo avevo guardato. Lo rivendetti al doppio in poco tempo, cioè alla cifra iniziale di offerta».



Nel racconto degli episodi viene fuori il presunto segreto del saper fare, del conoscere: ecco come funziona, bisogna avere il lavoro sempre ben presente, studiare e stare al passo con quello che accade, nei tempi in cui un ottico serviva una intera città e quelle limitrofe, praticamente mezzo Agro Nocerino, avendo una competenza ampia che comprendeva la manifattura degli orologiai, la conoscenza delle pietre preziose e delle loro caratteristiche, i gioielli e le lenti.
D’estate, nel tempo vuoto quando le vacanze si chiamavano villeggiature, nello sfoggio degli oggetti, succedevano le occasioni, gli affari tra commercianti, impegnati ad affascinare gli amici con un modello particolare, un Rolex o un gioiello pregiato. E Bruno fino alla battigia aveva sempre con sé i due strumenti di lavoro, dai quali non si separava mai, fin quasi ad arrivare al mare: un monocolo e una lente contafili, per guardare le pietre, erano in una piccola custodia, pronti per scrutare un oggetto e insieme il mondo. Perché quel che si fa diventa una questione intima, vale per l’arte e per la passione di chiunque.
«C’era questo anello, acquistato come un oggetto di grande fattura, ad un prezzo importante. Mi fu mostrato come un affare, ma guardandolo notai subito qualcosa. Parlammo con il venditore, ma in realtà non dissi niente. Mi limitai a fare un segno sulla pietra con un pennarello colorato, e glie la mostrai. Guarda, gli dissi. Lui osservò e mise i soldi sul tavolo, all’istante. Li restituì. C’era un errore».
L’uomo delle lenti ha fatto dello sguardo il suo modo di lavorare, di bottega e di strada, trovandosi nei luoghi divenuti un percorso, come il disegno di una pietra o una tecnica di realizzazione. Questo mondo di vetri e carati ha una terminologia, una mappa di castoni e incisioni, bulini e pieghe, fusioni, nell’evoluzione che in qualche modo ferma il tempo e i ricordi. Noi parliamo e le foto ci girano intorno, egualmente, racconteranno di una mattina, una domenica trascorsa di gesti e osservazioni, di cose ben vive.
«Ancora mi mostrano patacche parlando di artigianato, di valore. Ma senza storia non c’è più niente, non resta niente. Bisogna guardare le cose, viverle. Studiare»